Groenlandia 2009. Il cuore nel ghiaccio — parte 2.
Dopo un paio di giorni a Tassiilac, dove abbiamo messo a punto le attrezzature di volo e fatto alcuni voletti di prova, ci dirigiamo con l'ausilio di una imbarcazione all'interno di un fiordo dove, dopo diverse ore di navigazione tra i ghiacci, ne giungiamo alla fine in un golfo dove confluivano ben 4 ghiacciai. I quattro ghiacciai avanzavano di pochi cm ogni giorno verso le acque salate del fiordo ed era un continuo di crolli del fronte dei ghiacciai che precipitavano in acqua col rumore assordante della valanga. Uno spettacolo incredibile. Non ci sono parole per descriverlo. Qua la forza della natura si esprime nella sua massima potenza, facendo capire a noi, che pensiamo di esser grandi, quanto siamo piccoli ed insignificanti esseri umani. La barca si fa strada con fatica fino alla fine del fiordo, gli iceberg sono fittissimi e solo l'estrema abilità dell'Inuit che ci accompagna evita danni gravi all'imbarcazione e al motore.
Sbarchiamo in un posto che ci sembra congeniale sia per il campo base sia per i rilievi circostanti, che sembrano a prima vista abbastanza accessibili. C'è un fiume di acqua gelida di ghiacciaio ad alcune centinaia di metri da noi e questo ci garantisce una riserva d'acqua inesauribile per i nostri bisogni primari. Viene approntato il campo base, montiamo le tende e sistemiamo i contenitori del cibo lontani dalle tende, circondati da un filo per l'allarme perimetrale. Qua gli orsi bianchi sono una realtà con cui bisogna convivere e sopravvivere. Non sono quelle splendide bestiole che si vedono nei cartoni ma potenti e feroci carnivori di 500-700 kg, affamati per il disgelo e per la conseguente mancanza di cibo. Le autorità, attraverso un permesso nella manipolazione delle armi, ci hanno messo a disposizione una grossa carabina da caccia africana in calibro 375 magnum Holland & Holland. Per i non addetti ai lavori, una specie di cannoncino camuffato da fucile che spara proiettili da antiaerea. Ovviamente le regole d'ingaggio erano precise. Da usare solo in caso reale di pericolo estremo, quando l'animale non si fosse spaventato all'esplosione di un colpo sparato in aria. Menomale che, a parte il fatto che io ne abbia visto uno a 2 km (anche troppo vicino per i miei gusti), non c'è stato mai alcun bisogno di doversi difendere. Oltre che pericoloso sarebbe stato un peccato mortale sparare ad una di quelle splendide creature. Oltretutto siamo noi in casa loro a disturbare. Siamo noi gli ospiti.
Il giorno stesso abbiamo cominciato a scalare una montagna di 700 mt e qui ci siamo accorti che avevamo fatto i conti senza l'oste. Ci eravamo allenati per salire con racchette e ramponi da ghiaccio. Quindi una marcia faticosissima ma costante come movimento. Ed invece quello che si presentava ai nostri occhi era un terreno glaciale che era stato sotto la pressione di tonnellate e tonnellate di ghiaccio che aveva sbriciolato e compresso ogni cosa sottostante. La salita alla vetta si è così rivelata micidiale, in quanto i piedi non avevano niente di sicuro su cui appoggiare ed ogni cosa slittava e franava sotto i piedi. Oltretutto spesso si frapponevano macigni enormi che bisognava saltare per poi trovarne subito un altro davanti. Dopo diverse ore e diversi cambi di maglie zuppe di sudore siamo arrivati al primo stadio della vetta. Lo spettacolo che si proponeva ai nostri occhi aveva dell'incredibile (quante volte userò questo termine): sotto di noi l'immenso fiordo brulicante di ghiacciai che, come diamanti purissimi, riflettevano la loro luce creando un alone fantastico di giochi di luce. Un caleidoscopio incredibile dove luci, colori e riflessi si fondevano in uno spettacolo inimmaginabile. Sparita la stanchezza come d'incanto, ci siamo preparati al volo. C'era un problema. Infatti il vento forte che avevamo prognosticato non c'era. Il decollo era corto e accidentato e le vele estremamente piccole come metratura. Fortunatamente l'esercizio e la grande abilità di tutti i componenti ci ha facilitato non poco. Avevamo uno scarso vento di forse 10 km l'ora e, una volta alzata e controllata la vela, ci siamo lanciati con tutta la determinazione di cui eravamo capaci. In una situazione del genere una scarsa fiducia nei propri mezzi avrebbe sicuramente causato grossi problemi. Tutto è andato liscio. Ci siamo staccati ed abbiamo volato verso il fiordo sopra gli iceberg per poi rientrare sul terreno e atterrare non lontano dal campo base. Fantastico. In atterraggio ci siamo abbracciati e congratulati l'uno con l'altro con la consapevolezza che avevamo fatto qualcosa di speciale ed uniti dal desiderio reciproco di riprovarci quanto prima.
Nei giorni successivi siamo saliti ancora più in alto in una massacrante scalata di 6 ore. Raggiunta la vetta di una nuova montagna, vi abbiamo trovato uno splendido lago glaciale dalla bellezza frastornante. Qui abbiamo consumato un po' di cibo per rimetterci in forze e ci siamo messi alla ricerca di qualcosa che, pur lontanamente, assomigliasse a un decollo. Dopo vari tentativi abbiamo trovato un lastrone (placca) ad oltre 45° che permetteva di stendere la vela a fiocco. Il poco vento anche qui ci ha condizionato moltissimo. Avevamo un colpo solo: sperare che la vela gonfiasse senza agganciare nel tormentato terreno sottostante e via a tutta velocità verso la pendenza. In quell'occasione io personalmente ho agganciato la vela al suolo ben 8 volte prima di avere la fortuna di portarmi la vela sulla verticale. Ero nero come un tizzo di carbone per la rabbia ed ho lanciato un urlo liberatorio al decollo che mi hanno sentito anche al Polo Sud. Ma, come sempre, ne valeva la pena. Cavolo se ne valeva la pena. Ogni goccia di sudore spesa era compensata da quello che si mostrava ai miei occhi stupiti. E ancora… incredibile.
La notte, distrutti dalla fatica ed avvolti in un sacco a pelo da -27° extreme, cercavamo di riprendere le forze quando è scattato l'allarme perimetrale del cibo. Panico… Abbiamo preso il fucile che dormiva insieme a me vicino alla coscia, colpo in canna e pronti al peggio… ma… niente, era solo una splendida volpe artica che, in cerca di cibo, aveva interrotto il filo perimetrale facendo così scattare l'allarme. Detta volpe non conosceva l'uomo. Infatti, non era assolutamente spaventata da noi. È stata così la nostra mascotte per tutto il periodo della nostra permanenza nel I° campo base. Dimenticavo: per raggiungere la base delle montagne, giornalmente attraversavamo un fiumiciattolo d'acqua gelida a 2°/3° centigradi e ci scalzavamo fin sopra le ginocchia per non bagnarci i pantaloni. La prima esperienza con quell'acqua gelida, che ti bloccava le articolazioni ed il respiro, è stata inizialmente allucinante, poi col passare dei giorni e dei bagni ci siamo groenlandizzati arrivando addirittura a lavarci testa, ascelle e piedi in quei cubetti liquidi. Mai avrei pensato di poterlo fare. Da qui la consapevolezza che possiamo fare e pensare oltre quello che crediamo possibile.
Dopo alcuni giorni ed esaurita la zona, abbiamo chiamato col satellitare la barca di appoggio per spostare il campo base 1 al campo base 2. Siamo ritornati al fiordo principale gremito di iceberg giganteschi e da qui, inoltrandoci via acquea all'interno, abbiamo raggiunto e superato il 66º parallelo entrando di fatto nel Circolo Polare Artico. Dopo una ricerca vana di montagne scalabili ed uno zig zag tra i ghiacci sempre più chiusi e pericolosi, siamo rientrati uscendo di nuovo dal Circolo Polare Artico, facendo rotta verso un fiordo secondario circondato da una corona di montagne dall'aspetto accattivante per i nostri disegni volatori. Anche qui siamo sbarcati nelle vicinanze di un corso d'acqua dolce per le nostre esigenze ed abbiamo montato il II° campo base della spedizione.
Il vento in questa zona (una valle stretta) era molto forte e occorreva stare ben vestiti per proteggersi al meglio da quel freddo che entrava nelle ossa. Questa volta avevamo sperato che il vento forte fosse presente sulle vette in modo da poter sfruttare la dinamica del bellissimo costone. Ed invece niente. Il vento, presente forte negli strati bassi per il Venturi della valle, era poi quasi assente in quota. Questo creava un problema non di poco perché qui i decolli non erano a 60-80 gradi ma presentavano degli scalini e, pur avendo il vento minimo per far gonfiare la vela e portarla sulla verticale, non si riusciva, data la scarsità di spazio disponibile alla corsa, ad avere quella velocità idonea a creare una portanza immediata e ottimale. Anche qui l'allenamento e l'esperienza ci sono venuti in aiuto. Infatti con la vela perfettamente controllata sulla verticale si correva dando il massimo in quei pochi metri disponibili, poi il decollo avveniva con un calo in verticale o quasi, fino a che si raggiungeva il max della portanza e la vela cominciava a volare in maniera usuale. I materiali che avevamo a disposizione, di grande affidabilità e sicurezza, ci hanno consentito di utilizzare questa tecnica senza rischi estremi. Anche se, onestamente e senza nascondersi dietro un dito, bisogna ammettere che qualcosa in gioco lo abbiamo messo sempre.
Abbiamo continuato nei giorni seguenti scalate e voli senza peraltro trovare condizioni termiche. Abbiamo arrampicato una montagna vergine da 1200 metri, con una vista incredibile sui ghiacciai e fiordi della zona e un decollo perfetto sulla neve. Probabilmente il volo più bello mai fatto. Michael, per stare un po' su, ha dovuto addirittura volare con un biposto di sua progettazione. E per questo lo abbiamo preso in giro a morte. In uno degli ultimi giorni una brutta infiammazione ai tendini, a seguito di uno stiramento causato dall'aver messo un piede in un anfratto nascosto del terreno, mi ha causato forti dolori alla gamba destra che mi hanno bloccato per un giorno. Situazione poi risolta con adeguati medicinali in 24 ore.
Il rientro a Tassiilac ci ha riservato una bella sorpresa. Nell'attesa della barca che ci avrebbe riportato all'aeroporto di Kulusuk, abbiamo trovato a quote basse (400 mt) un laghetto circondato da un anfiteatro naturale ed investito frontalmente da vento pulito ad oltre 25 km ora. Questo ci ha permesso di veleggiare per ore in dinamica per tutta la lunghezza dell'anfiteatro, catturando l'attenzione e lo sbigottimento degli Inuit locali che non avevano mai visto volare un parapendio. È arrivata per curiosare anche la macchina della polizia locale e un'ambulanza. Forse era lì per noi? Ai posteri l'ardua risposta.
Si conclude poi la spedizione come si deve concludere una spedizione No Limit. Infatti Roberto Peroni, grande e mitico personaggio a capo del centro No Limit in Groenlandia, ci ha suggerito senza darci troppe spiegazioni di metterci roba impermeabile durante il ritorno in barca a Kulusuk. Infatti abbiamo trovato al rientro un mare estremamente mosso e le onde non si sono fatte scrupolo di bagnarci come pulcini per oltre due ore di traversata.
Morale e riflessioni
Sono a casa con le gambe massacrate e mi sto riprendendo poco a poco. È stata veramente dura ed ogni emozione ce la siamo sicuramente guadagnata. Ma non venderei nemmeno un attimo di quello che ho vissuto per tutto l'oro del mondo. Io tornerò in Groenlandia, non so quando né come, ma ci ritornerò. Ho lasciato là un pezzo del mio cuore e voglio riprendermelo.
